Il tartufo tesoro anche per Greci e Romani

Nonostante la culla del tartufo sia l’Europa, anzi, ancor meglio, l’Italia, il tubero più ricercato del Pianeta è presente, nelle sue varie declinazioni, in molti luoghi e le sue tracce arrivano alle origini dei tempi.

Fonti scritte ne testimoniano la presenza sin dal 1600-1700 a.C., se ne ha notizia ai tempi di Sumeri ( che lo utilizzavano assieme a orzo, lenticchie e ceci), Babilonesi, così come li cita anche il patriarca Giacobbe.
Inutile dire che anche una società colta e raffinata come quella ellenista potesse trascurarli, con i Greci che pensavano che fosse frutto dell’unione di acqua, calore e fulmini. Simili teorie, peraltro, erano state formulate anche dagli stessi Galeno, Marziale e Plinio il Vecchio.
Altre leggende, sempre di matrice pagana, gli conferivano virtà afrodisiache, accostandolo alla dea Venere. Non mancavano , però, coloro che, al contrario, ne denunciavano la natura maligna, ritenendolo velenoso.

Molto probabilmente, però, tanto amore era rivolto ad una tipologia modesta rispetto all’attuale bianco. È logico pensare che ad allietare gli antichi banchetti fosse la Terfezia Arenaria (terfezia Leanis) o tipologie affini, importate dall’Africa (dove abbondavano così come in Asia Occidentale), anche raggiungendo, dimensioni ragguardevoli, non di rado vicino ai 3 o 4 chilogrammi.
Tartufi di non eccelsa qualità (il tartufo bianco non entrerà mai tra gli ingredienti dei prelibati piatti romani, nonostante Roma vide al potere, come imperatore, anche un albese, Publio Elvio Pertinace), ma pagati a peso d’oro dagli esigenti Patrizi del tempo. Come risulta da un ricettario dell’epoca “De Re Coquinaria”,
a firma di Apicio, dove compare in ben 6 ricette, all’interno del settimo libro, quello consacrato alle pietanze più costose.
Tutto comprensibile, pensando che Giovenale, in un impeto di sfrenata ammirazione, arrivò ad affermare che:

” Era preferibile che mancasse il grano piuttosto che i tartufi”

 

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